In preda alla tristezza, soli, chiusi nella stanza, si scrivevano ieri i più bei racconti della nostra vita. La ricetta vincente per Joyce era: silenzio, esilio, ingegno.
Oggi una gran massa di quotidiani, riviste invade le edicole. Il cliente ha l’imbarazzo della scelta, ti dicono più cose di quante ne vorresti sapere, ma purtroppo non raccontano nulla. Mettono a piè di pagina il tempo di lettura previsto, - “ mi permetto di avvertire il signore sono già le quattro…”- oppure “non si soffermi troppo a ragionarci sopra”, “non è un argomento adatto a Lei”. Di momento in momento, la curiosità ha la meglio, la volontà deve fare un ultimo sforzo. La cronaca cittadina è nello spettacolo, lo spettacolo è nella politica, la politica è nello sport. Per leggere una giornale non basta saper leggere, bisogna conoscere voci, indiscrezioni, manovre. Il bravo lettore deve essere il primo, lui, a sapere dove trovare le sue fonti. Quelle che una volta erano le “pagine speciali”, avvisi pubblicitari o testi su un solo argomento che non mostravano chiaramente la propria identità, da qualche tempo hanno aumentato il proprio numero di tifosi nelle redazioni.
Gli uomini ormai sono stati trasformati in numeri, la libertà di opinione affidata là dove soffia il vento della nostra bandiera, in un gran processo di acrobazia linguistica. Ognuno tesse la trama della sua tela. Questo lo dice, questo lo tiene segreto. La privacy, per chi è la privacy? Cos’è? Le poesie, il bel saggio breve, dove ancora esiste, ben mimetizzati tra le pagine del romanzo quotidiano. Piccoli libri che leggi tutto d’un fiato, la creatività distrutta, articoli da zero a zero, che rinunciano ad avere vita.
La foto ha un’influenza notevole sul lettore e allora si estende ulteriormente la sua portata. Si contempla quest’immagine ampia, una macchia, bianco e nera o di colore, immensa nella pagina, a volte, senza segno di continuità nella colonna di sinistra, né in quella di destra.
Ma la nostra cultura è diventata così piatta? Guardando verso il basso, noto la mancanza di profondità.
“Vita e Morte sono nel potere della Lingua” recita un passo della bibbia; non pretendo di sapere tutto, ma di sapere sì. Perché tenete per voi il mistero? Perché rinchiuderci in questa sala d’aspetto?
L’umanità ci racconta la sua storia, nasce per essere sulla bocca di tutti. Senza testa, gambe, occhi (idee, storia, immagini), possiedi un corpo narrativo monco, e l’aroma del sangue di una pazza guerra che non farai mai capire com’è aspro. Ai giovani piacciono i musicisti, i poeti, perché essi sanno raccontare l’amore e la morte, perché nel testo il volto del divo s’alleggerisce, si spoglia della rigidità, da busto in bronzo o semplice statua d’ammirare. Diventa un corpo che non dorme, che ti fa capire la sua tristezza, che ti prende per mano, che ti fa sentire qualcosa, che ti fa girare la testa così che tu lo possa guardare. Insomma, la superficie è lucente, perfetta nella sua confezione, il titolo spersonalizzato, se togli il nome del protagonista. Tutto s’interrompe e s’incomincia a titubare.
Sto aspettando la rinascita della fantasia, come un gesto di coraggio, come atto di libertà. Non stupitevi di queste parole però, sono solo una provocazione.